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Valeria Secchi, “From Hell”: sono i mostri i veri eroi?

Non poteva che essere l’artista sassarese Valeria Secchi ad aprire le danze quest’anno.
Con un nuovo nome ed un nuovo progetto fotografico, Valeria è tornata ad animare le scene (e i social), da vera villain e maestra della provocazione intellettuale.
“From Hell” è un progetto di 22 immagini che parla di suicidio, in contrapposizione alla cultura toxic positivity che impera nella cultura social-network.

Formatasi in Filosofia a Sassari, e poi al Berlin Art Institute, la figura di Valeria divide e stupisce, incuriosisce e provoca.
Dopo essersi fatta conoscere con il suo vero nome, quest’anno appare con un alias artistico, ma la stessa voglia di creare discussione e confronto sugli argomenti che è solita affrontare con il suo lavoro fotografico.
Ci racconta lei stessa qualcosa in più, rispondendo a dieci domande.

From Hell è un progetto di 22 immagini realizzate dopo il suicidio di una persona a me cara.
Questa lavoro rielabora il lutto attraverso il racconto di un moderno Frankenstein, mostro emarginato, in contraddizione con un sistema che rifiuta la sua esistenza. È l’antagonista della cultura della positività, diffusa dai social e sostenuta da un modello neoliberista, che con slogan come “se vuoi puoi” e “only positive vibes” esclude il negativo e lo colpevolizza. In questo contesto, il dolore del mostro è stigma e vergogna, non ha alcun spazio. Il freak è l’anomalia di un sistema dominante, il “difetto”, l’eccezione che conferma l’assurda regola: se sorridi il mondo ti sorriderà, se ti impegni avrai successo, se fallisci è colpa tua, non hai provato abbastanza. Non solo: innescando un senso di vergogna in chi “perde”, la cultura del positivo silenzia la tragedia, lasciando solo chi ne ha esperienza. Al dolore del lutto, la cultura del positivo aggiunge il dolore di non essere ascoltati.
From Hell è la messa in scena di una contraddizione, l’ipocrisia di un sistema che per preservare se stesso lascia indietro chi soffre.

Veronica: Ciao Valeria, bentornata! È un piacere riaverti a movimentare i nostri feed.
Innanzitutto, come stai? Che momento stai vivendo?
Oltre ad un nuovo progetto, torni con un alias artistico: chi è Valeria Vavoom, questa tua nuova identità?

Valeria: Valeria Vavoom nasce un po’ per scherzo un po’ per necessità. Mi piaceva l’idea di un nome dal suono onomatopeico, che rimandasse al fumetto, ispirazione per i miei progetti. In aggiunta lo trovo divertente. 

Credo volessi anche evitare la trappola di identificarmi con il mio lavoro: l’autoritratto crea uno strano cortocircuito, nelle immagini appaio e scompaio, lascio spazio a qualcos’altro pur restando.

Vavoom è quindi una linea di demarcazione, tra me e l’immagine, l’espediente alla tentazione di dire: questa sono io.

L’assenza di un’identificazione non significa che quello di cui parlo non mi riguardi. Mi occupo essenzialmente di cose che conosco, direttamente o meno, dall’ossessione per l’estetica al conflitto tra norma e deviazione. Tutto però passa attraverso un filtro, un processo che inventi qualcosa che racconti per me. Penso, ad esempio, ai ladri di From Hell, simboli per me di una rapina spirituale: qualcosa è andato perso, mi è stato portato via, lo dico attraverso queste figure che parlano di me ma non sono me.

Vivo un momento di risolutezza, probabilmente in risposta alla tempesta passata. La tua domanda mi fa pensare agli alberi piegati dal vento, quelli in Sardegna, mi sento così. C’è un bel fotogramma nel film Nymphomaniac di Lars von Trier, mostra un albero ricurvo e spoglio, mi viene in mente anche quello.

Foto 4 da “From Hell”: “group of robbers staring at me with dead eyes”
«L’ESERCITO DEGLI SPIETATI | NESSUNA PIETÀ PER TE. Sotto gli occhi di tutti qualcuno è a terra, ma non ci serve.
Agli inutili.»

Veronica: Domanda un po’ di rito: com’è Berlino, e che ruolo ha avuto nella tua evoluzione?

Valeria: Berlino è diventata una seconda casa per me. Mi ha dato molto, sia da un punto di vista personale, sia lavorativo. Ho la fortuna di essere circondata da persone creative, persone con un buon cuore. All’inizio mi aggrappavo all’idea che i miei rapporti con gli altri sarebbero stati superficiali per via della barriera linguistica, probabilmente una parte di me voleva fare le valigie e tornarsene a casa.

Col tempo ho capito che c’è qualcos’altro che racconta di noi stessi, oltre le parole che usiamo, questo direi che l’ho imparato qui. 

Sul piano professionale ho appreso molto, lavoro come photo retoucher (ovvero post produco fotografie). La post produzione professionale, quella che si fa per campagne pubblicitarie e per editoriali di moda, ha un linguaggio ben preciso, bisogna allenare lo sguardo per capire il perché di certe richieste. Questa scrupolosità la trovo ora negli ultimi progetti artistici, oggi tendo ad essere più precisa nell’esecuzione del lavoro.

Veronica: La tua estetica, anche personale – nello stile, nel vestire – , si fonda molto su colori primari e oscuri: rosso, nero e bianco primeggiano. C’è un pattern voluto? Come si articola il tuo lavoro, dall’idea alla realizzazione vera e propria su Photoshop?

Valeria: Il colore è per me uno strumento narrativo oltre che estetico. Per From Hell, ad esempio, ho scelto dei toni scuri, che suggerissero una certa atmosfera allo spettatore.

A monte del mio modus operandi c’è la scrittura del progetto, che indica la direzione a tutto il resto. 

Al pari del colore, tutti gli elementi che compongono l’immagine sono scelti con l’intenzione di stabilire una visione: parrucche, abiti, trucco e sfondo devono essere in un certo modo, per questo alla fase dello scatto precede necessariamente quella della ricerca dei materiali.

Per gli abiti cerco di riadattare quello che ho già oppure cerco di comprare usato. I capi vintage sono particolarmente adatti alle silhouette che creo in post produzione, mi danno modo di sperimentare con forme e proporzioni. 

Completata la ricerca dei materiali, monto il set, le luci, lo sfondo, sistemo gli oggetti di scena (qualora servissero), mi preparo, scatto, riordino, accendo il computer, seleziono le immagini sui cui lavorare, inizio la post produzione. Questa è la fase dove compongo, inserisco elementi, lavoro  su colore e forme, è la fase del possibile, dei tentativi, del gioco.

GROUP PHOTO WITH IMAGINARY FRIENDS, 2020

Veronica: Nel tuo ultimo lavoro From Hell vuoi dare spazio alla fragilità umana, e denunci chi va a colpevolizzare, “la cultura del positivo che stigmatizza e silenzia la tragedia, lasciando solo chi sfortunatamente ne ha esperienza.” Quale lezione vorresti lasciare, su cosa le comunità dovrebbero lavorare, oltre a banalmente essere più solidali e ascoltare.

Valeria: In generale, i miei lavori non intendono insegnare qualcosa; è il pubblico a scegliere cosa portarsi a casa e cosa lasciare.

Considero From Hell come la fotografia di una scena, un racconto senza morale. Ad essere fotografata è l’esperienza di un’assenza, i sentimenti complessi con cui fare i conti in seguito alla perdita di un caro per suicidio. Solitudine, rabbia, colpa. Banalmente ho sperato che condividere questo lavoro potesse servire a qualcosa di buono, che qualcuno in una situazione simile, potesse trovarvi il conforto di non sentirsi solo.

Personalmente, credo che intorno alla salute mentale e al suicidio lo stigma sia sempre presente, ma in maniera più subdola. Si pensi ai reparti di psichiatria negli ospedali, vere e proprie prigioni nella maggior parte dei casi[1], alla pratica del TSO (ricovero ospedaliero coatto), e a quella del contenimento fisico (il paziente viene legato al letto tramite fasce) e farmacologico (il paziente viene sedato): sono tutte pratiche legittimate dallo stigma, quello che si fonda sulla presunta pericolosità dei matti.

open your mind, 2019

Basaglia stesso, nel 1978, riteneva che il trattamento sanitario obbligatorio equivalesse ad un arresto medico, alla criminalizzazione del malato, e che i reparti di psichiatria diventassero dei piccoli manicomi: “la psichiatria assomiglia ad una cosa che permette di ridurre in completa schiavitù delle persone, in nome della loro presunta malattia mentale” scrive Piero Cipriano, psichiatra.

Tutto questo in From Hell non è presente in maniera esplicita ma ne costituisce il preambolo. Chi non c’è più è andato incontro a questo, e questo per me non è umano.

Di questo si parla poco.

Scrive ancora Cipriano: “i malati mentali sono quelli che, statisticamente hanno fatto meno male al mondo, ricevendo in cambio, il massimo del male dal mondo”.

Anche di questo si parla poco.

Veronica: Nessuno è profeta in patria, dicono, eppure tu puoi godere di una solida ed affezionata “fan base” sassarese, e in generale sarda. In molt* ti supportano, e in tant* avevano notato la tua assenza dalle scene. Come vivi il rapporto con chi ti guarda e fruisce dei tuoi contenuti?

Valeria: Ho mosso i primi passi nel mondo dell’arte in Sardegna, credo che questo abbia creato un legame con i suoi abitanti che custodisco con immensa gratitudine. 

Vivo il dialogo con lo spettatore con curiosità, mi piace leggere il mio lavoro attraverso lo sguardo degli altri.

Veronica: Cosa pensi del rapporto che si crea, specialmente dai social, tra community e artista, come gestisci – se la provi – quella pressione per continuare a creare e avere qualcosa da dire, stay relevant come si suol dire?

Valeria: La società della prestazione investe anche gli artisti. Noto su Instagram la diffusione di AI artists, forse i soli a poter produrre alla velocità che l’algoritmo vorrebbe: più contenuti l’artista produce, più pubblicità Instagram può inserire tra i contenuti nel feed.

Il mio lavoro ha altre tempistiche, perciò le mie pubblicazioni non possono essere troppo frequenti. So di non avere controllo sull’algoritmo: l’ansia da prestazione è sotto discreto controllo, non avrei realizzato From Hell altrimenti.

I trend mi interessano in quanto fenomeno, penso siano la dimostrazione concreta del culto del numero. Oggi il criterio della misurabilità domina digitale e quotidiano: si pensi ai dispositivi di monitoraggio (come l’Apple Watch) che analizzano le condizioni fisiche e le prestazioni del soggetto tramite dati. Nei social, in maniera molto simile, è il numero dei like a determinare la prestazione del contenuto, stabilendo una strana equazione tra numero e qualità. Più alto è il numero dei like sotto una foto, più quella foto merita di essere mostrata a più utenti possibili.

Ma i numeri, scrive Byung-Chul Han “non raccontano nulla. Contare non è raccontare”.

Veronica: Il tuo tono di espressione è sempre quello dell’humor nero, un po’ cartoon pop e un po’ grottesco. Quali sono i tuoi riferimenti artistici?

Valeria: Sono tanti e diversi tra loro. Dal cinema di John Waters a quello di Ingmar Bergman, dai libri di Kafka a quelli di Gogol (grande senso dell’umorismo quest’ultimo), dalla fotografia di Guy Bourdin a quella di Ana Mendieta, dalla tavole dello statunitense Bob Kane a quelle del giapponese Suehiro Maruo. E tanti altri che non posso citare qui, la lista sarebbe lunghissima. 

Veronica: E i tuoi generi di comfort? Cosa ami leggere, o guardare nel tempo libero, o cos’hai scoperto di recente che ti abbia ispirata?

Valeria: Il mio comfort writer è senza dubbio Edgar Allan Poe. Mi riporta alla soffitta nella casa d’infanzia, con la grande libreria e la scrivania dove da bambina passavo i pomeriggi a disegnare. La soffitta era il mio santuario, i libri i sempre presenti compagni di gioco.

Oggi non leggo Poe, temo possa non piacermi più e non voglio rovinare questo ricordo. Penso a Il cuore rivelatore e Berenice, così come sono nella mia memoria, intatti capolavori. 

Ultimamente leggo più saggistica che narrativa, seleziono libri e autori in base al tema che mi interessa approfondire. Tra le letture recenti vorrei menzionare un libro, consigliatomi da un’amica alla quale mostrai From Hell in anteprima.

Si tratta di Heroes, suicidio e omicidio di massa di Franco Berardi. Lettura illuminante, spietata, precisa. In questo testo, il filosofo traccia la complessa relazione tra salute mentale e capitalismo:

«Il turbocapitalismo contemporaneo detesta i lavoratori che chiedono di usufruire dei permessi di malattia, e detesta all’ennesima potenza ogni riferimento alla depressione.
Depresso io? Non se ne parli neanche. Io sto benissimo, sono perfettamente efficiente, allegro, dinamico, energico e soprattutto competitivo. Faccio jogging ogni mattina e sono sempre disponibile a fare straordinario.
Non è forse questa la filosofia del low cost? Non suonano forse le trombe quando l’aereo decolla e quando atterra?
Non siamo forse circondati ininterrottamente dalla retorica dell’efficienza competitiva? Non siamo forse quotidianamente costretti a paragonare il nostro stato d’animo con l’allegria degli spot pubblicitari e a sentirci dei perdenti solitari in un mondo di vincenti? Non corriamo forse il rischio di essere licenziati se facciamo troppe assenze per malattia?»

Positività, competizione, efficienza, i tre capisaldi delle politiche neo-liberali su scala globale. Intanto, lo dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità, negli ultimi 40 anni il tasso dei suicidi è aumentato del 60%.

Veronica: Mi racconti un momento della tua te ancora studentessa dove hai immaginato, intuito, l’artista che sei diventata, e che è approdata a Paratissima Talents 2020?

Valeria: C’è stato un momento di chiarezza quando nel 2019 realizzai Don’t trust the imitations. In questa foto compare per la prima volta la donna dai capelli gialli e l’ombretto celeste, mi resi conto di aver dato finalmente forma a qualcosa che coltivavo da tempo. All’epoca ero già fuori dall’università, lavoravo per una tv locale. Gli anni da studentessa invece li ricordo come un groviglio di preoccupazioni per il futuro, temevo che un giorno mi sarei detta: basta, mollo tutto.

dont’ trust the imitations, 2019

Veronica: Valeria Vavoom si presenta come villain performer, ma è in realtà una supereroina che svela l’ipocrisia della società. Ci vorrebbe qualcosa di ancora più eclatante forse, per dare una scossa definitiva, hai qualche piano malvagio per il futuro?

Valeria: Sì, sto concludendo una nuova serie che spero di poter condividere presto. Posso anticipare che si tratta di un progetto che ho iniziato e abbandonato più di una volta, il momento non era mai quello giusto. Questo lavoro affronta dei temi già presenti in altre produzioni, come il conflitto tra l’uno e i molti, ma penso lo faccia in maniera più netta, soprattutto da un punto di vista estetico e stilistico. Le figure che presento sono sfrontate, espongono qualcosa di oscuro senza vergogna; per poterle interpretare ho dovuto fare mia quella sfrontatezza. Forse mancava proprio questo ai tentativi passati.

MANIFESTO FROM HELL:

Quali sono le implicazioni di una società che fa della produttività il proprio modello di successo?
È questa la domanda che guida la mia ricerca: osservando il progressivo annullamento di
pubblico e privato in virtù della capitalizzazione totale dell’individuo, ogni aspetto del sé può
diventare contenuto, e il soggetto consumatore e consumato .
Nell’orizzonte il premio: la validazione del soggetto come performante,
come utile e profitto, sogno di tanti nell’era del digitale.
La società della produttività basa il proprio funzionamento sulla cultura della positività, pensiero
che fa dell’equazione impegno= successo (se ti impegni riuscirai, se non riesci è perché non ti
impegni abbastanza) e di slogan come “se vuoi puoi”, verità incontestabili.
La cultura del positivo esclude e minimizza ogni forma di svantaggio, di barriera e di ingiustizia
sociale, innescando la pericolosa associazione per cui chi fallisce è causa del proprio male, “se
sei povero è colpa tua”. La cultura del positivo accetta il negativo solo a patto che questo venga
spettacolarizzato, reso contenuto: nella società della performance lo spettatore non vuole essere
messo a disagio ma sempre intrattenuto, per cui non esiste tragedia. Pensiamo ai TikTok in cui dei
senzatetto vengono ripresi mentre il content creator da loro l’elemosina: la persona ripresa viene
disumanizzata, non ha alcun controllo sulla narrazione di se stessa. Lo scopo del video è di
mostrare la bontà dell’influencer di turno, l’happy ending (ecco la tragedia che si veste di
intrattenimento) così che il video non disturbi le positive vibes dello spettatore.
Ma qual è il destino che attende a chi sta al di fuori del cerchio magico?
Anomalie del sistema, “difettosi” e invisibili popolano il di fuori: sono coloro che Acxiom, azienda
statunitense di analisi dei big data definisce “waste”, spazzatura per via del loro basso
coefficiente economico.
Rifiuti che sporcano, “ingombrano uno spazio che altrimenti potrebbe
essere impiegato in modo più utile ”, rifiuti che vanno eliminati perché la violenza del consenso
non ammette eretici.


Valeria Secchi nasce a Sassari, dove si laurea in Filosofia con una tesi sulla  definizione ontologica dell’opera d’arte nelle filosofie di Arthur Danto e Platone. Inizia ad esporre i primi progetti in Sardegna per poi collaborare con spazi e curatori nel resto d’Europa.
Partecipa e viene premiata a @paratissima e all’@apuliacenterfaat, espone al @man_museo, giusto per citarne qualcuno.

Nel 2020 si trasferisce a Berlino dove ha la possibilità di conoscere la scena artistica del luogo e di formarsi al Berlin Art Institute.
Con riferimenti al fumetto e all’animazione, alla cultura pop e cinematografica, Valeria crea dei personaggi in tensione tra comico e tragico, in conflitto con un modello dominante, sia esso estetico, politico o sociale.

foto: MI STO SUL CAZZO, 2020

Intervista per MAQUINI MAGAZINE a cura di  Veronica – Editor-in-Chief at MAQUINI MAGAZINE


[1] Cfr P. Cipriano, La società dei devianti, Milano, Eleuthera, 2016; F. Basaglia, Che cos’è la psichiatria?, Torino, Einaudi, 1973; J. Foot, La repubblica dei matti – Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, Milano, Feltrinelli, 2014.