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Postcard from: Alberto Mugoni – tutti i viaggi tornano al mare

Quest’anno sul nostro profilo Instagram abbiamo inaugurato una rubrica a lungo desiderata: “Postcard from”, cartoline da fotografə sardə in giro per il mondo.

Ad inaugurare questa nuova serie è stato il fotografo Alberto Mugoni, giovane freelance di Porto Torres con un istinto compositivo da professionista del reportage di viaggio, e una grande passione per la genuinità, sia fotografica che umana.

Ma non ci siamo fermatə alle cartoline, e abbiamo fatto due chiacchiere in più con Alberto e le storie che porta con sé.

(foto: Alberto Mugoni, “Postcard from: Marocco”)

Veronica: Ciao Alberto, è bellissimo vivere i tuoi viaggi attraverso gli scatti che hai collezionato.
Ci spieghi com’è nata la voglia di fotografare, e come in questi oltre dieci anni è evoluto il tuo approccio alla fotografia?

Alberto: Ciao, e grazie per avermi invitato per quest’intervista.
Allora il mio approccio alla fotografia è nato quasi per caso, come un po’ tutti credo.
Da bambino avevo una piccola compatta, a rullino ovviamente, ma mi limitavo a fotografare in cortile e senza nessuna pretesa o attenzione.
La prima vera volta invece, quella con più consapevolezza è nata quando mia madre mi regalò una piccolissima macchina fotografica subacquea, stiamo parlando dei primi anni duemila.
Da lì qualcosa è cambiato, passavo interi pomeriggi a scattare; scattavo qualsiasi forma vivente, fiori, bruchi, gocce di rugiada sui petali, tramonti, pesci, insomma, non avevo un piano ben preciso ma solo voglia di scattare delle foto, e tante. Scattare mi dava un senso di orgoglio personale, la ritenevo una cosa strettamente mia e quasi di nessun altro. Nessuno dei miei coetanei scattava foto o ne era interessato,  sicuramente anche  questo ha creato in me un attaccamento cosi profondo alla fotografia. Il tempo passava, si cresceva, ma la fotografia rimaneva sempre con me.

Erano i primi anni delle superiori, non c’erano i social di adesso, ma c’era una piattaforma dove si caricavano delle foto e testi brevi, si chiamava Fotolog. Lì ho iniziato a caricare le mie foto e i miei scritti, e passavo intere notti a divorare pagine e pagine di siti di fotografia, mi lasciavo trasportare ed ispirare.  Tramite quella piattaforma ricevevo ogni giorno tantissimi commenti e complimenti alle foto e la cosa mi piaceva, perché capivo che le mie foto trasmettevano qualcosa e i miei scritti la rimarcavano e questo non faceva che appagarmi.

Da lì è andato tutto più o meno in discesa, lavoravo per comprarmi la mia prima reflex, il mio primo obiettivo, continuavo a divorare pagine di foto altrui e immagazzinavo come una spugna il più che potevo, sentivo che dovevo ampliare le mie vedute. Dopo anni passati a sperimentare diverse tecniche e diverse sottocategorie mi son sempre più avvicinato alla fotografia dove ritraevo persone, momenti di quotidianità, scorci paesaggistici con caratteristiche belle marcate. Ho iniziato a seguire un unico filo conduttore che è quello del trasmettere delle sensazioni e di raccontare delle storie. All’inizio ho fatto tanta gavetta, per scelta ovviamente, quindi chiunque mi chiamava accettavo e andavo a scattare. Dopo poco tempo mi son reso conto che la fotografia per me era altro. Era roba mia, alla mia maniera e nessuno me la poteva intaccare, né poteva interferire. Ho iniziato ad allontanarmi dalle richieste dei parenti, amici di amici, e ho iniziato a mettere dei paletti ben precisi per non essere influenzabile. Sicuramente non sarò risultato simpatico o alla mano, ma son sicuro che hanno capito. Fotografo quello che mi piace, lo faccio per me, viaggio per me, la fotografia è roba mia.

(foto: alberto mugoni, “postcard from: marocco”)

(foto: alberto mugoni, “postcard from: marocco”)

Inizia quindi il periodo delle foto di viaggio, ma specialmente di persone. Umanità genuina e senza filtri che invita a centinaia di storie. Come è nato il tuo “wild travel in India”, e come riuscivi a stabilire un contatto così spontaneo con le persone che fotografi?

Il mio viaggio in India è stato il mio battesimo per quanto riguarda la fotografia di viaggio e la street photography. È nato grazie ad un mio grandissimo amico e mentore, è stato lui a spronarmi a catapultarmi per 6 mesi in India. Ero a cavallo tra i 23 e 24 anni, giovane e spensierato all’ennesima potenza, infatti sono partito con solo la mia attrezzatura fotografica, due mutande,  due magliette e soprattutto senza smartphone, senza meta, senza alloggio.
Per la mia prima volta si andava a vivere la vita veramente, zero paletti, vincoli, pensieri negativi, zero di niente, si va e si vive. Mi ricordo che superato lo shock iniziale appena uscito dall’aeroporto di Nuova Delhi, il resto è stato un tornado di idee, emozioni, suoni, colori, profumi. Un uragano durato dal primo all’ultimo secondo di viaggio.

Tenendo conto che la macchina fotografica l’ho tolta fuori dopo due giorni perché dovevo ancora capire non solo l’approccio vero e proprio col posto, ma anche il mio approccio dietro la camera, fotografare le persone in India non è stato troppo complicato, la popolazione indiana è abbastanza permissiva un po’ per indole, un po’ per religione.
Cosa totalmente diversa in altri posti, giusto per citarne alcuni: Finlandia e Marocco.
Credo che non ci sia un approccio predefinito nel fotografare le persone, nella fotografia le regole fisse – per i miei canoni – neanche esistono. Il contatto così spontaneo nelle mie foto non c’è, la parola giusta è scatto spontaneo. Il 90% delle volte le foto che faccio alle persone sono scattate d’istinto e solo una volta, a volte camminando, a volte mi fermo per un solo secondo, con la consapevolezza che non tutti gli scatti usciranno, ma è quello il bello della spontaneità del momento. Ogni situazione, posto, persone è a se.. l’istinto è quello che detta i movimenti e i tempi, poi l’arma più vincente è sempre il sorriso.

(foto: alberto mugoni, “postcard from: India”)

Qual era la tua routine da fotografo durante i viaggi, e cosa cerchi nei soggetti e nelle situazioni, pur non tralasciando una certa composizione spontanea nella fotografia?

La mia routine è non averla.
Non amo programmare le cose, voglio lasciarmi sempre un po’ di brivido del rischio, ecco il motivo del perché non faccio mai troppo prima la valigia. Mi piace vivermi il momento anche se frenetico, senza pensarci troppo. Quando viaggio mi faccio trascinare dalle situazioni circostanti, seguo il flusso di persone del posto, l’istinto mi conduce sempre in situazioni particolari, mi piace credere che le cose succedono a chi veramente ci crede e a chi poi, le sappia raccontare. Amo essere travolto dal caso, come ho già detto non mi pianifico troppo le mete o le cose, preferisco girare a zonzo per ore, le occasioni bisogna saperle sfruttare in quel millisecondo e non aspettando chissà quanto o cosa. Oltre a passare anni ad osservare le foto altrui ho passato anche parecchio tempo sui libri per darmi un imprinting per poi cercare un mio stile nel modo di fare fotografia. Una delle mie caratteristiche che più mi rende fiero dei miei scatti, anche avendo una reflex, è il fatto che non ho mai usato la messa a fuoco automatica e neanche il multi scatto. Più del novanta percento delle mie foto sono scatti singoli, ci tengo a precisarlo perché la maggior parte fa esattamente il contrario. Nei soggetti che fotografo, cerco di cogliere una piccolissima parte della loro vita, bella o brutta che sia. Cerco di cogliere gli sguardi o i contesti in cui vivono, che sia in strada o che stiano uscendo da negozi di lusso a me poco importa.

(in foto sotto: uno scatto dall’India e uno dal Marocco, a confronto)

(foto: alberto mugoni, “postcard from: PARIGI”)

Non solo viaggi in Oriente, c’è un altro elemento che ultimamente ha caratterizzato la tua ricerca fotografica: il tuo rapporto con il mare. A che cosa stai lavorando, ci racconti questa esperienza?

Voglio rispondere a questa domanda partendo da una breve premessa. Non sono mai andato a vivere fuori dalla Sardegna per molto tempo per un semplice motivo: il mare. E non un mare qualsiasi, ma quello dove sono nato. Potrei vivere forse sei mesi in un altra cittadina di mare, magari anche dall’altra parte del mondo, ma non sarà mai come qua, non per me. Ci ho passato e ci passo tutt’ora quasi duecentocinquanta giorni l’anno a stretto contatto, dentro e fuori dall’acqua, quindi come avrete intuito per me è irrinunciabile.  In questo preciso momento, riuscendo a viaggiare un po’ meno ma soprattutto per molto meno tempo per molteplici motivi, sto lavorando ad un progetto che prenderà piede nei prossimi mesi, non vi svelo il titolo per non dire troppo, ma sarà un progetto che nasce per sensibilizzare e aprire una finestra agli occhi di chi guarda verso la  sostenibilità. Nasce con l’intento di mostrare i volti scavati dal sole e dal sale e quelli che sono gli spazi di lavoro dei marinai. È un progetto in fase di assemblaggio, dove ci sarà una piccola mostra e se riesco anche una mini raccolta cartacea.

(foto: alberto mugoni, “postcard from: India”)

Siamo nell’epoca della fotografia da social, dove l’importante è fare numeri, quindi comunicare qualcosa di esteticamente accattivante, che susciti curiosità ed emozione immediata, ma soprattutto che possa vendere un sogno, un’esperienza. C’è molto marketing insomma nella fotografia dei social, che rapporto hai tu con questa realtà?

Riconosco che i social siano un ottimo canale per farsi pubblicità e per farsi conoscere, ma bisogna stare attenti. Gli smartphone e i social hanno fatto diventare il web un posto stracolmo di spazzatura per l’intelletto. Non sai mai cosa sia realmente vero o no. Con l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale poi, andremo sempre più nel baratro per quanto riguarda l’arte in generale, a parer mio. Non amo troppo i social, non voglio entrare nei meandri del caricare un post ogni due giorni agli orari giusti; se Instagram fosse stata una piattaforma inerente solo alla fotografia presa come arte sarebbe fantastico, ma è ormai stracolma di contenuti insensati per cercare di acchiappare like. Diciamo che non vedo  i social come una cosa con meritocrazia ma anzi, va avanti chi si destreggia meglio con i loro algoritmi e non con i contenuti. Bisogna prendere i followers e i like con le pinze. Ci sono fotografi che secondo me non fotografano d’istinto, non fanno foto viscerali, non sono gelosi dei propri scatti, fanno soltanto foto che la gente vuole vedere, così i followers aumentano, ma tu vedi queste loro foto e sono piatte.
Io scatto fotografie per me, quando voglio io, e per nessun altro, non amo seguire canoni. Scatto con una macchina fotografica di ormai tredici anni con un obiettivo base, son del parere che per fare delle belle foto non ci sia bisogno per forza di attrezzatture da migliaia di euro, quello che conta è come fermi il momento. Poi certo, ogni tanto pubblico anche io per far entrare gli spettatori virtuali nel mondo reale che io ho fotografato e che solitamente racconto con piccole didascalie. Non mi monto la testa con i like, il mio fine non è quello, il mio fine quando pubblico è scindere la Fotografia dalla “fotografia da social network”.
Che per quanto ci sia la parola “fotografia” in entrambi per me è solo una, non vanno confuse.

(foto: alberto mugoni, “postcard from: India”)

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi da fotografo e artista?

Non mi sono prefissato punti di arrivo, voglio vivermela bene, tranquillo, quasi come se fosse una passeggiata, lunga e con le sue salite e discese, ma il passo lo decido io. Anni fa quando ho deciso di tagliare i contatti con lavori fotografici per terzi ho capito che questa è la mia strada per la fotografia, non so dove mi porterà e mi piace proprio questo. Vorrei giusto valorizzare un po’ di più i miei lavori, quindi  a breve creerò un mio sito personale dove oltre a vedere la maggior parte dei miei progetti e viaggi si potranno acquistare in maniera più formale le mie foto, in diversi formati. Infine vorrei stampare un mio primo libro di racconti fotografici.
Sapere che già al giorno d’oggi ho avuto il piacere di fare più di venti mostre tra Sardegna, Firenze, Londra e New York e sapere che più di cinquanta miei scatti  sono appesi nelle case di altrettante persone sparse per il mondo mi rende pieno di orgoglio e non mi voglio fermare. Come unico obiettivo da rispettare ho quello di fare almeno un viaggio fotografico all’anno, non importa dove né per quanto tempo, l’importante è partire il resto vien da sé.

(foto: alberto mugoni, “postcard from:India”)

Quali sono stati invece i tuoi fallimenti, o un’esperienza che ti ha insegnato a migliorare e ad aggiustare la rotta – per stare in tema marino?

Allora in ambito fotografico non so se ho mai avuto fallimenti o se li reputo tali. Forse l’unica cosa che mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca è stato un episodio di parecchi anni fa. Una sera ho inviato una mail ha una nota scuola di fotografia italiana per frequentare i loro corsi di formazione. Una volta inviato il mio portfolio mi hanno risposto che non avevo bisogno di un loro corso, che se proprio avessi voluto andare a frequentare i loro corsi, potevo fare quello “avanzato” ma che comunque mi reputavano già ad un ottimo punto di formazione.

Ecco non so, tornando indietro forse ci andrei lo stesso. Penso che frequentando magari quel corso oltre ad imparare sicuramente qualcosa di nuovo, avrei trovato dei contatti interessanti per quanto riguarda mostre, eventi eccetera, però son solo mie supposizioni. Per quanto riguarda invece il mio cammino o rotta per tornare a noi, le uniche esperienze negative se così si possono chiamare le ho riscontrate in ambito lavorativo, quando appunto andavo a fare foto per chiunque e a qualunque evento, dai concerti ai matrimoni e così via. Dopo quelle esperienze ho capito che non volevo più perdere tempo per gli altri, quando si parlava di fotografia. Da quando ho trovato il mio punto fermo e da quando ho metabolizzato alcune dinamiche che mi si son presentate tempo addietro, percepisco che questa filosofia – se così si può chiamare – è quella giusta per me, per i miei canoni, per i miei pensieri e per i miei anni futuri.

(foto: scatti a Parigi)

Alberto Mugoni, fotografo freelance, classe ’90. Inizia a scattare intorno al 2007, principalmente luoghi incontaminati, per poi passare anche scorci urbani.

Nel 2013 vince il prestigioso “Story of the Creative” – premio assegnato a nuovi possibili talenti mondiali – e le sue fotografie vengono esposte per un mese a New York.
Da questo stimolo impronta il suo percorso sulla fotografia comunicativa, lasciando in secondo piano la natura.

L’occasione perfetta arriva nel 2015, dove si catapulta in India, e per sei mesi colleziona testimonianze di street photography, nelle espressioni suggestive di un popolo ricco di colori e tradizioni; scatti poi esposti in varie mostre – tra Sardegna, Firenze e due date a Londra, molti dei quali venduti anche oltremare.

I viaggi continuano tra la Finlandia  a caccia dell’ Aurora Boreale, il Marocco, e capitali europee.

Appassionato di natura, biologia e giardinaggio (che è anche la sua primaria fonte di reddito) ogni qualvolta ha del tempo libero se non lo passa a contatto con l’acqua salata, lo passa in mezzo agli immensi spazi verdi ancora incontaminati della sua amata Sardegna, un po’ per riorganizzare le idee per i viaggi e progetti futuri un po’ perché non può fare a meno della natura in ogni sua forma.

(foto: Alberto Mugoni, “Postcard from: Finlandia”)


Articolo a cura di Redazione MAQUINI / Veronica

Tutte le foto in articolo appartengono ad Alberto Mugoni e sono pubblicate secondo autorizzazione.