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EVOLUTIO: l’arte indossabile di Walter Delriu

Colori, fantasia, tessuti e idee.
Definire il lavoro di Walter Delriu tramite questi aggettivi, ma con le porte aperte verso una continua “Evoluzione”. Evolutio, appunto, è il brand nato recentemente grazie a questa continua ricerca dell’arte attraverso il mezzo del tessuto, molto meno comune rispetto alle più canoniche espressività musicali o di arte visuale. Ho avuto modo di conoscere Walter di persona grazie alla sua installazione di arte interattiva “Il Poligono del Colore” realizzata per la mostra d’arte “Emozioni Reali” a Porto Torres (SS). Si tratta di un piccolo poligono di tiro dove il bersaglio è un indumento che viene preso di mira da biglie coperte di acquerelli, con l’obiettivo di rendere le persone direttamente partecipi del processo creativo. Da lì è nato un rapporto che, seppur breve, respira di umanità fusa a spontaneità, cosa che ha permesso un’intervista dal sapore intimo e personale, snocciolando il vero discorso dietro Evolutio.

Evolversi, sempre

Evolutio riprende la concezione ancestrale che spinge l’individuo a migliorare grazie al mondo che lo circonda, portandolo a raggiungere obiettivi sempre nuovi. La sartoria e la moda sono il territorio in cui si poggia senza nessun limite, l’unico filtro è uno sguardo curioso verso il futuro. Sa di fresco anche il logo disegnato da Corrado Podda, ispirato all’antico “capovolto” della simbologia sarda e “evoluto” in una figura in perenne movimento. 

walter delriu nel suo laboratorio

Per una persona che non ti conosce, chi è Walter e cosa è Evolutio?

Walter è un ragazzo molto curioso che viene da Sassari. Penso che la cosa che unisca Walter a Evolutio sia proprio la curiosità di conoscere cose nuove. Sento di essere in costante ricerca di persone, di stimoli e da ciò che mi circonda in generale; e ti direi curiosità più che ispirazione perché la prima nasce da un volersi arricchire umanamente oltre che lavorativamente, mentre l’ispirazione la vedo più legata strettamente all’aspetto lavorativo. Questa sensazione è sempre lì, non mi lascia mai. 

In che modo questa curiosità ha deciso di declinarsi proprio nell’abbigliamento e non in qualcos’altro?

Sin da piccolo ero molto appassionato di streetwear, anche senza saperlo. Ad esempio, quando andavo con i miei genitori a prendere delle scarpe nuove, sceglievo sempre qualcosa di colorato e particolare, non la classica sneaker che andava di moda, ma senza sfociare sul costoso. Mi accontentavo, però già riconoscevo un buon gusto per me e per quello che mi rappresentava. Vestivo sempre in tuta larga, poi crescendo ho conosciuto il mondo dello skate, dei graffiti e della musica rap. I miei fratelli più grandi mi hanno impresso la cultura Hip-Hop con, per citarne solo alcuni, 50 Cent, Eminem, Club Dogo e Fibra.

Diventando più grande e pur circondandomi di musica, non riuscivo a trovare sfogo attraverso le parole, forse per una paura di mostrarmi davanti agli altri. Poi più avanti ho capito che queste paure non esistono, anche mettendomi alla prova, in primis con me stesso.

Dopo il diploma all’Istituto Professionale mi sono trovato davanti a un bivio: andare a lavorare con quello che avevo imparato oppure scegliere la mia strada e ciò che volevo fare? Il problema è che io non sapevo cosa fare, e confrontandomi coi miei coetanei loro già sapevano il loro percorso. Quindi ho iniziato a scavare dentro di me, senza un particolare riferimento. E scavando mi ricordai delle volte in cui andavo per negozi a fare shopping, con famiglia o amici. A me non annoiava mai, anzi mi piaceva abbinare la scarpa con il pantalone, la maglia… E da lì ho pensato che veramente mi piacesse, anche se non l’avevo mai visto come un lavoro ma come un piacere e basta. Più avanti ho scoperto che c’era un’Accademia di moda a Sassari, e mi sono iscritto.

Ho scelto proprio il mondo dell’abbigliamento perché penso sia un giusto connubio tra estetica ed espressione di sé stessi, puoi dire tanto senza aprire per forza la bocca. E mi si addice molto perché di base preferisco esprimermi coi gesti più che a parole, che non mi lasci esporre troppo. Le passioni che avevo da ragazzo hanno invece influito sullo stile del mio fare.

Ci sono altre fonti di ispirazione oltre allo streetwear e al rap?

Di sicuro una grande fonte di ispirazione, vivendo in Sardegna, è la natura. Anche non riprendendola direttamente sotto forma di colori o forme, sento tanta connessione con essa. Poi noi sardi non abbiamo neanche tantissima culture che viene dall’esterno, siamo un po’ limitati da quel punto di vista. Dunque cerco proprio la connessione con le sfumature che questa terra mi può dare. Le persone e gli ambienti sono fondamentali, non mi posso chiudere in cameretta e cercare di trovare ispirazione guardando il soffitto. Ed è pazzesco perché questa cosa la sto scoprendo proprio in questi anni di crescita.

Quando senti l’ispirazione la prendi al volo o è una cosa che lasci per dopo?

Sono una persona molto istintiva. Se non sono fisicamente sul posto ho bisogno di trascriverla sul telefono, scrivendola o facendo una bozza. Quando sono in studio ho anche il forte bisogno di realizzarlo sul momento, magari anche a distanza di qualche giorno o di una settimana. 

Per esempio per “Il Poligono del Colore” l’idea è venuta subito. Inizialmente è nato per divertirsi, ma il lasciar colorare alle persone il capo grazie alle biglie ha messo tutt* allo stesso livello senza essere elitario. Nel poligono non sono io l’artista, ma lo siamo tutt* quant*.

Quali sono gli indumenti prediletti? E i tessuti?

Il primo pezzo l’ho creato all’Accademia, grazie a un esame che chiedeva di ricreare una pubblicità di un capo. Ho preso la vecchia tuta da lavoro di mio padre e cominciai a disegnarci sopra. Ho iniziato con le “custom”, che è il modo più veloce per imparare, ti fai le ossa. Ho realizzato quest’opera con mio fratello videomaker e ho ripreso tutto il processo. Da lì poi ho iniziato a prendere magliette riempiendole di colore con la tecnica semplicissima e antichissima del tie dye. Senza avere gli strumenti adatti in casa mi sono messo a dipingere con il pennello! 

Mi ricordo di una volta in cui ero in stagione a Porto Pollo e, vedendo le persone che facevano kitesurf, inizio ad abbozzare uno di loro che surfava. Faccio una maglietta in tie dye blu come per riprendere le onde, per poi dipingere le figure e le scritte a mano. E mi ricordo di averla fatta proprio sopra una roccia (quindi non solo il legame con la natura emotivo, ma anche fisico) dopo aver finito lavoro. 

Poi ho realizzato i poncho, il primo lavoro mio al 100%: avevo scelto colore, tessuto e prezzo, quindi anche un primo approccio alla vendita. 

Per il tessuto non ho una preferenza specifica, ti direi che sono molto più fissato con il colore! Sono molto agli inizi su quel campo, solo sul poncho avevo scelto un cotone. È un mondo veramente vario, punto ad approfondirlo ma ci vuole ancora un po’ di strada. L’occhio è comunque verso il green e la moda, per fortuna, sta vertendo su questo.

Oltre all’installazione del “Poligono del Colore”, hai qualche altro progetto in cantiere, futuro o in prossima uscita?

Negli ultimi due mesi ho lavorato a delle magliette con il marbling, una tecnica cinese antica che utilizza acqua, acrilici e un addensante che “marmorizza”. Ho provato un sacco di addensanti tra amido di mais, colla arabica e alla fine la colla da parati era quello che cercavo. Ho fatto circa 30 bozze su fogli e poi, tra quelle che mi piacevano di più, ne ho scelte 4. Ho realizzato un cartamodello reale con le misure che volevo io. Quindi non c’è solo la creatività dei colori, ma anche la tecnica professionale di sartoria e modellistica.

Poi sto anche perfezionando l’arte del cucire, sto lavorando a 4 long sleeve che usciranno a giugno (ce l’hai promesso! – ndr); è una piccola collezione ispirata un po’ agli anni 70, a Woodstock e con colori e forme psichedeliche. Ho voluto dare del colore a questa vita monotona in città. Da questo il nome URBAN ETEREAL.
La produzione per ora è in tiratura limitata, ma speriamo che piaccia!


foto: Marco Puggioni
models: Eleonora, Bloomy, Martina


Riccardo Impagliazzo è un creativo e comunicatore classe 2000.

Nato a Sassari ma trapiantato a Milano dal 2019, è immerso nel mondo della musica da testa a piedi. Lavora dal 2023 con il DJ e Producer HIISAK e scrive di musica sul blog de “L’Espresso” Nemo Sounds.

È tra i curatori della mostra d’arte Emozioni Reali, tenutasi a Porto Torres in occasione della Festha Manna 2024. Resta completamente assorbito dalla vitalità dei progetti più genuini tra la Sardegna e Milano, fermamente convinto che la propria terra abbia un potenziale incredibile per innovarsi e, soprattutto, innovare.