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SINU-I: vecchi vestiti, nuove storie

La parola chiave è upcycling, ovvero il processo del trasformare qualcosa di vecchio, danneggiato o in disuso in qualcosa di nuovo e addirittura migliorato rispetto alla forma originale, dando così una nuova vita a quelli che sarebbero scarti destinati ad inquinare ulteriormente il pianeta.

Fenomeni come l’upcycling, il “thrift flip“, il “treasure wardrobe” (il trend che consiste nel fare shopping nel proprio stesso armadio, in modo da rivedere e rivalutare vestiti che già possediamo ma di cui ci eravamo dimenticat*) sono tutte declinazioni immediate e alla portata del singolo individuo, piccoli cambiamenti quotidiani per contrastare l’inquinamento dovuto alla sovrapproduzione di pezzi d’abbigliamento del fast-fashion, la moda veloce di micro-trend usa e getta.

Ora, immaginate un brand nato proprio da queste premesse, e con l’obiettivo di salvare i vestiti dal decluttering selvaggio, e magari creare qualcosa di nuovo e unico, come un pezzo di vestiario regolabile, che si adatta ad un corpo che cambia nel tempo.

Sinu-i é un progetto di moda sostenibile che nasce dall’incontro tra Valentina Chessa e Ludovica Podda, unite dalla voglia di raccontare nuove storie… da vecchi vestiti.
Continue sperimentazioni create da capi d’abbigliamento in disuso, recupero di tessuti danneggiati, invenduti e dead-stock, rivisitati nell’ottica contemporanea, versatile, senza tempo e allo stesso tempo trendy.
Un’operazione di re-fashion con la mission della sostenibilità e l’approccio responsabile ai materiali, tessuti che hanno ancora nuove storie da raccontare e anni da vivere.
Un intento nobile, basato su un processo creativo fatto di pazienza, ingegno e resilienza verso gli esperimenti falliti.

Conosciamo meglio le ragazze di Sinu-i:

VALENTINA CHESSA

Algherese, tante passioni e in perenne movimento, con da sempre il chiodo fisso dei vestiti, del rovistare nei mercati, cantine e soffitte, e di “salvare” e nobilitare oggetti e vestiti dimenticati o abbandonati.

Gli eventi la portano a trasferirsi a Barcellona dove investe questo suo talento e quotidiana ricerca nei mercatini, in un attività di rivendita vintage e second-hand, accompagnata da una presenza social da microinfluencer ante-litteram dove mostra il suo quotidiano e quelli che oggi chiameremo “drop settimanali”.
La sua passione e visione per la moda diventano una professione, e per diversi anni è una presenza fissa con le sue selezioni di abiti e accessori scovati e risistemati, rimessi in circolo tramite il suo shop virtuale e fiere occasionali.

“Mi piace la moda perché ti permette di creare un immaginario ogni volta diverso, non si tratta solo di scegliere una stoffa, creare un cartamodello e mettersi a cucire… quando pensi al mood della nuova collezione, o il set in cui scattare, stai creando un mondo parallelo.”

Dopo il COVID rientra ad Alghero, dove, costretta ad abbandonare l’attività di resell, inizia a cucire da autodidatta, per tentare di riutilizzare il suo enorme archivio di abbigliamento e produrre da lì nuovi capi. Qui unisce le forze e intreccia i sogni con sua cognata Ludovica, designer e cartamodellista.

LUDOVICA PODDA

Originaria di Villacidro, sin dall’infanzia passa il tempo tra forbici e scampoli nel negozio dei nonni sarti e commercianti.
A 14 anni si iscrive in un Istituto professionale di moda e frequenta vari corsi di sartoria, fino ad arrivare a Firenze, dove si laurea all’Accademia Italiana di Arte, Moda e Design. In quei cinque anni la sua idea di moda è già strettamente legata al riciclo e rammendo, sognando di aprire uno shop-studio basato sul principio della ciclofficina, ma per i vestiti: rammendare, modificare ed elevare pezzi di vestiario in disuso e restituirli al cliente, migliorati.
Esisteva già quel nucleo che poi diventerà Sinu-i.

“Riuscire a concretizzare qualcosa che è nato dalla mia testa, sperimentando e sbagliando, resta la cosa che mi da più soddisfazione.

Abbiamo fatto due chiacchiere con le ragazze di Sinu-i nel loro studio creativo e spazio coworking ad Alghero, tra portaspilli in cristallo e poltrone design, davanti a un caffè stilosissimo servito in un servizio in acciaio, ovviamente vintage.
Vi invitiamo a leggere questa intervista immaginando un sottofondo continuo di risate date dai ricordi di pasticci ed esperimenti falliti, con un certo sincero imbarazzo di chi non è abituato a mettersi a nudo e raccontarsi a parole, ma anche molto orgoglio per qualcosa creato da zero e con le sole forze di due ragazze determinate.


Veronica: Come nasce innanzitutto il nome? Incuriosisce.

Ludovica: Non ci piaceva l’idea che il nome rappresentasse un’immagine o un concetto riferibile a qualcosa di già esistente, volevamo che fosse associato solamente a noi come brand. Perciò iniziammo entrambe a cercare parole completamente casuali in altre lingue che fossero possibilmente piccole e facili da pronunciare, io feci una lista e tra le tante spuntò fuori Sinu-i.
Ci rappresenta perfettamente, direi anche in maniera letterale, ma il suo significato deve restare un segreto.

Valentina: Esatto, non vogliamo svelare il significato preciso perché ci piace vedere come ognuno da una pronuncia e interpretazione diversa al nome. Cercavamo un nome che fosse evocativo in modo diverso per ognuno, in base al proprio vissuto o a sensazione; avevamo pensato di usare una parola inventata ma nessuna funzionava, alla fine abbiamo trovato questa parola da un’altra lingua.
Ci piaceva poi perché è musicale e suona bene, si pronuncia “sinu-ì“, con l’accento sulla i, questo possiamo svelarlo dai. Ma non vogliamo dire troppo per non interrompere il gioco “delle interpretazioni”.

Background differenti ma stesse passioni, quando e come avete deciso di allearvi in questo progetto?

L: È partito tutto da Valentina, io ero ferma in una situazione un po’ di stallo in quel momento e lei mi chiese di lavorare insieme perciò accettai subito, e da Villacidro – dov’ero ritornata dopo Firenze – mi trasferii in affitto ad Alghero. Entrambe conoscevamo già l’una le competenze e gli interessi dell’altra perciò ci siamo confrontate con entusiasmo e abbiamo cercato di capire quali fossero le nostre aspirazioni e cosa volessimo andare a creare da questo progetto. Da subito fu chiaro che condividevamo una visione di moda che andasse a valorizzare ciò che è in disuso, e che fosse libera dagli estenuanti cambi repentini dei trend e dalle limitazioni di taglie estremamente vincolanti.

V: Vero, é iniziato tutto nel 2022; io ero tornata da poco ad Alghero da Barcellona, post-pandemia,  e cercavo un modo per riprendere a lavorare con il vintage come facevo in Spagna. Da un po’ mi girava in testa l’idea di mettermi a cucire e dare una nuova forma agli abiti che avevo scovato e archiviato negli anni. Ho iniziato da sola a fare alcune prove – ovvero mi sono lanciata a cucire in maniera totalmente improvvisata e anche poco ortodossa, presa dalla frenesia urgente di creare qualcosa e uscire dall’immobilità – ma poi, sapendo che Ludovica aveva interesse a intraprendere un percorso simile, abbiamo deciso di unire le forze e creare qualcosa insieme anziché percorrere strade parallele.
Ludovica aveva uno stock di stoffe e varie cose ereditate da sua nonna, e quindi condivideva con me questo amore e rispetto per le cose vecchie, salvate. Da lì, con quel bagaglio ereditato, più i miei pezzi, siamo partite.

Hai saggiamente deciso di farti un po’ guidare.
Fate tante cose, come vi dividete i compiti per mantenere così il ritmo?

V
: Prima di intraprendere il progetto, quando era solo un’idea, eravamo assolutamente convinte di dividerci i compiti in base a quello che ognuna aveva fatto fino a quel momento, ma poi una volta iniziato, i piani sono cambiati, nel nostro stile in perenne caos. Perché io ho iniziato a cucire, e volevo cucire sempre di più, mentre Ludovica aveva iniziato a sperimentare anche lei con foto e reel.
Il risultato é che al momento entrambe facciamo tutto: disegniamo, cuciamo, pensiamo ai set, facciamo da modelle e fotografe, inclusa la post-produzione e la gestione dei social; questa flessibilità ci permette di crescere ognuna in molte direzioni e di sperimentare diverse strategie per il nostro brand. Forse non è la cosa migliore, questa commistione caotica, per la gestione di un brand, ma di sicuro ci ha permesso di crescere come persone e fare sempre tutto in armonia e non a comparti stagni.

L: Esattamente, all’inizio volevamo sfruttare le competenze complementari di entrambe: io mi sarei occupata di tutta la parte della produzione, dal disegno iniziale fino al capo completo, mentre Valentina avrebbe curato la ricerca dei materiali e poi la promozione del prodotto finale online, che era quello che facevamo originariamente ognuna per fatti propri, prima di Sinu-i. Successivamente i compiti si sono mischiati – e per molti versi è caotico, è vero – ma ha permesso di riuscire ad essere intercambiabili, poter “sostituire” l’altra nel momento in cui magari è impegnata a fare qualcos’altro. Ad esempio se io sto disegnando i cartamodelli, Valentina può cucire autonomamente senza il mio aiuto; questo sarebbe stato impossibile senza lo scambio di competenze che è avvenuto in questi due anni.
La cosa incredibile è che spesso ci troviamo a pensare la stessa identica cosa, facciamo i mood-board e scegliamo inconsapevolmente le stesse foto. Siamo ormai come un’entità unica.

Una curiosità che ho da appena sono entrata qui, vedendo tutto il vostro archivio materiali e i pezzi prodotti, così diversi tra loro: qual è il capo che ha segnato maggiormente il vostro percorso come Sinu-i, dove avete capito che eravate sulla strada giusta?

L: Ho capito che eravamo sulla buona strada quando siamo riuscite a progettare una serie di pezzi che prevedono dei lacci realizzati per il 90% delle volte con lo stesso tessuto dei capi o con tessuti dead-stock, che hanno sia la funzione di chiudere, sia la possibilità di regolarne la vestibilità. In poche parole, è un capo che può essere indossato da qualunque fisicità, e che può accompagnare una persona e il suo corpo che cambia nel tempo.
Secondo me questi pezzi ci rappresentano al 100%, perché sono modelli dai quali produciamo scarto praticamente pari a 0, stanno bene su una vasta gamma di fisicità, e in più appagano la nostra visione estetica.
Sta diventando un po’ un nostro marchio di fabbrica, sono elementi e concetti che tendiamo a riproporre, o meglio continuano a ripresentarsi nell’ideazione dei nostri pezzi.

V: Vero, questo rendere i capi iper-versatili ha assolutamente senso, proprio per esaltare al massimo quel tessuto che è un pezzo unico, limitatissimo, e assicurargli una nuova vita.
Perciò io risponderei: più che un capo specifico, è l’approccio generale alla cosa ad essere sempre stato la strada giusta; l’aver deciso di lavorare esclusivamente con rimanenze di magazzino e abiti usati penso sia la visione più sensata in questo periodo storico, oltre che la più naturale per noi.

Usare tessuti e capi fuori produzione conferisce per definizione quell’esclusività irripetibile al capo, reso ulteriormente speciale dal valore aggiunto del nostro lavoro manuale e di cura del dettaglio.
Salvare da un capo rovinato un suo dettaglio particolare, lavorare con pezzi di tessuto mangiati dalle tarme o bruciati dal sole cercando di riutilizzarne il più possibile, evitando il difetto o in alcuni casi inserendolo nel design in modo da renderlo un tratto distintivo, offre una soddisfazione che nessun tessuto nuovo, immacolato e dall’infinito metraggio potrà mai dare.
Ciò che rende affascinante l’upcycling è il fatto che il processo creativo avvenga in due direzioni: da un lato c’è l’idea iniziale che si trasforma gradualmente nel capo finito; dall’altro c’è il materiale disponibile che guida e ispira l’aspetto finale del capo, quasi ti suggerisce la sua trasformazione. Molti dei nostri capi sono nati da questa sinergia, osservare la creazione di un capo che sembrava predestinato ad essere proprio quello. Mille volte ci capita di progettare un cartamodello, e quel pezzo di stoffa che abbiamo scelto ci stia dentro proprio alla perfezione!

C’è tantissima serendipity insomma, di cose che cadono come per magia al loro posto.
Tuttavia, questo è un percorso di sperimentazione continua, immagino non così semplice.
Come vivete gli esperimenti falliti? E come invece con i progressi che realizzate di aver fatto?

L
: I tentativi falliti, per quanto frustranti, per me hanno sempre il loro lato positivo, diventano dei giganteschi promemoria per non ricadere nello stesso errore. Soprattutto nel processo di sperimentazione sbagliare non è mai un insuccesso, anzi mi stimola a riflettere meglio e non lasciare mai perdere trovando la giusta soluzione. Non ci dormo la notte insomma per far quadrare le cose e ottenere il risultato che volevo. E mi da enorme soddisfazione, all’ennesimo tentativo, riuscirci! La maggior parte delle volte i risultati migliori li ottengo continuando a fare errori e di conseguenza imparando la lezione, sarò un po’ testarda ma lo trovo il metodo più efficace per migliorarmi.
I progressi invece sono una costante conferma del fatto che Sinu-i funziona, mi aiutano a superare questi momenti di sconforto nei quali mi assalgono i soliti dubbi e incertezze. Quando vedo i risultati dei nostri sforzi so che siamo sulla giusta strada, siamo agli inizi, abbiamo ancora tanto da imparare ma ho molte aspettative sul nostro progetto.

V: Rispondo io invece sul lato negativo, correlato al lavorare con tessuti limitati e pezzi unici… è un rovescio della stessa medaglia, ovvero l’unicità, l’insostituibilità di quel pezzo di stoffa.
Significa che lo spazio per l’errore è praticamente nullo perché hai quasi sempre un solo tentativo; questo rappresenta una sfida ancora più grande e un monito allo stare attenta il doppio, perché quando sbagli e perdi tutto è una lezione indelebile! Ancora mi ricordo tutti i miei tentativi andati a male, poi ulteriormente rielaborati.
D’altra parte, imparare una nuova manualità offre la gratificazione di poter vedere in maniera tangibile i propri progressi, e allo stesso tempo di osservare come i limiti tecnici – che inizialmente ponevano un freno alle idee – svaniscano passo dopo passo nel percorso di apprendimento. Tante volte ho ripreso in mano progetti che avevo dovuto accantonare perché andavano oltre le mie capacità, e poi potevo constatare i miei limiti assottigliarsi, grazie anche agli sbagli certo.

Abbiamo investito tutte noi stesse in questo percorso, e seppur supportate emotivamente da famiglia, amicizie e conoscenze, ci siamo fatte da sole. Io non credo assolutamente in questa filosofia del “capitalismo magico”, del “se vuoi, puoi”. Bisogna sempre considerare la base di partenza, e non per tutt* le cose sono in discesa; non bisogna arrendersi ma leggendo certe “storie motivazionali” si rischia di percepirsi come un fallimento.
Ci siamo sbattute contro tante difficoltà per far partire tutto questo, e possiamo esserne fiere, oltre a ringraziare chi ha creduto in noi.

Una mappa tangibile dei vostri progressi. Invece parliamo di audience: qual è il vostro pubblico di riferimento?

L: Il nostro acquirente di base è giovane, aperto a nuove tendenze e privo di stereotipi.
Tuttavia il brand è nato con l’idea di unire l’essenza mia e di Valentina, fondendo il gusto e l’attitudine in un’estetica, come una terza “persona sintesi” che ci rappresentasse e nella quale gli altri potessero rispecchiarsi o trovare un nuovo stimolo. Mi piacerebbe quindi pensare di avvicinare anche persone che magari sono distanti dal nostro mondo ma vengono tuttavia attratte dalla visione del nostro brand. Sarebbe per me molto positivo se tramite Sinu-i instillassimo una riflessione nelle persone atta a cambiarne l’approccio riguardo lo spreco e il riutilizzo dell’abbigliamento, cambiando la loro prospettiva. Andare cioè a investire in pezzi di qualità e duraturi, stando attente all’ambiente che le circonda, e vedere la moda non come una tendenza usa e getta, ma come un linguaggio espressivo che parli di loro, racconti la loro personalità.

V: Saremmo assolutamente felici di poter essere un ponte per coloro che desiderano iniziare la transizione verso un modo di acquisto più consapevole ed etico, indipendentemente dal background o livello di esperienza.
Proponiamo trend accattivanti, i design più all’ultima moda, ma creati da qualcosa di ormai obsoleto, perciò è naturale per noi immaginare qualcuno che sia desideroso di esplorare, di aprire la propria mente e di sperimentare con l’abbigliamento, uscendo dagli schemi convenzionali del preconfezionato in serie.

Tutto si trasforma insomma, anche le tendenze?
Il vintage e second-hand sono mode o pensate siano opzioni che finalmente fanno parte del quotidiano?

L: Per me assumeranno sempre più considerazione, si stanno liberando dai pregiudizi sbagliati tramandati da vecchie generazioni, dove riutilizzare qualcosa di vecchio o di qualcun altro era visto con imbarazzo e ti rendeva “miserabile”. Ora che logicamente la società è diversa da cinquant’anni fa, stiamo arrivando ad un punto nel quale la moda sarà costretta a cambiare la propria struttura troppo elitaria, macchinosa e rigida.

V: Se intendiamo “tendenza” nel senso di moda passeggera destinata ad essere sostituita, direi proprio di no. La realtà è che indossare abiti vintage e di seconda mano sta diventando sempre più una necessità e unica alternativa se vogliamo preservare il nostro pianeta. È anche vero però che negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescente diffusione e discussione di questo tema su tutti i mezzi di comunicazione, grazie a micro-influencer e divulgatrici, ma anche alla diffusione di piattaforme per la vendita di capi usati. Se tutto questo può contribuire a normalizzare l’idea di indossare abiti di seconda mano e renderla parte integrante della nostra vita quotidiana, allora è certamente un bene.

Anche per questo, è un’ottima soluzione rimboccarsi le maniche e imparare a cucire e rammendare.
In ultimo, sappiamo che state lavorando a grandi progetti, potete anticiparci qualcosa?

L
: In realtà per quanto mi riguarda il mio progetto futuro per Sinu-i è quello di riuscire a dare ulteriore identità al brand, per comunicare al pubblico il messaggio che vogliamo trasmettere: è possibile vestirsi con carattere in totale libertà, ma sempre con consapevolezza e responsabilità nei confronti dell’ambiente.

V: La mia ambizione dal punto di vista creativo è quella di produrre abiti più particolari e di impatto, più complessi a livello tecnico, con materiali diversi e che rappresentino una sfida anche per quanto riguarda il trattamento e il modo di cucirli.
Poi il nostro obiettivo, come detto prima, è quello di ispirare e guidare le persone lungo un percorso di esplorazione e creatività che è tipico dell’upcycling, ovvero qualunque cosa tu abbia nell’armadio ha un potenziale, non è da buttare via. Speriamo di riuscire con Sinu-i a diventare un punto di riferimento per coloro che hanno capi inutilizzati o tessuti di grande valore affettivo a quali dare forma: unendo la nostra visione con le vostre esigenze, possiamo trasformare un vecchio indumento in qualcosa di nuovo, prezioso e inaspettato.
Questa progressivamente sarà la finalità dello Studio.

Ringraziamo le ragazze, e vi invitiamo a tenere d’occhio la loro pagina per le prossime novità.

Articolo a cura di Redazione MAQUINI / Veronica

Tutti i capi mostrati in foto e indossati sono stati ideati e realizzati da Ludovica e Valentina, e tutte le foto in articolo appartengono a Sinu-i, e sono pubblicate secondo autorizzazione.